L’endometriosi e l’adenomiosi sono patologie ginecologiche croniche, estrogeno-dipendenti e caratterizzate da una marcata componente infiammatoria. Sebbene siano entità cliniche distinte, condividono numerosi meccanismi fisiopatologici, tra cui l’attivazione immunitaria, lo stress ossidativo, la neuroinfiammazione e l’alterazione del metabolismo estrogenico. Questi processi contribuiscono non soltanto alla progressione della malattia, ma anche allo sviluppo del dolore pelvico cronico, della dismenorrea, della dispareunia e dei sintomi gastrointestinali frequentemente riportati dalle pazienti.
Negli ultimi anni, l’interesse verso il ruolo dell’alimentazione nella gestione dell’endometriosi e dell’adenomiosi è cresciuto in modo considerevole. È importante sottolineare che nessun alimento è in grado di causare o curare queste patologie; tuttavia, il pattern alimentare può modulare numerosi processi biologici coinvolti nella loro fisiopatologia, influenzando il grado di infiammazione sistemica, lo stress ossidativo, il microbiota intestinale e il metabolismo degli estrogeni.
Uno dei gruppi alimentari maggiormente studiati è rappresentato dalle carni rosse e dalle carni lavorate. Diversi studi epidemiologici hanno osservato un’associazione tra elevato consumo di carne rossa e aumento del rischio di endometriosi. I meccanismi proposti sono molteplici. Le carni rosse contengono elevate quantità di grassi saturi e acido arachidonico, precursore delle prostaglandine della serie 2, molecole coinvolte nei processi infiammatori e nella genesi del dolore. Inoltre, un elevato apporto di grassi saturi può influenzare il metabolismo estrogenico e promuovere la produzione di citochine pro-infiammatorie quali interleuchina-6 (IL-6) e tumor necrosis factor-alpha (TNF-α), entrambe frequentemente aumentate nelle pazienti con endometriosi.
Un ulteriore elemento di interesse riguarda gli alimenti ultra-processati. La dieta occidentale moderna è caratterizzata da un’elevata presenza di prodotti industriali ricchi di zuccheri semplici, farine raffinate, additivi e grassi trans. Questi alimenti sono associati a uno stato di infiammazione cronica di basso grado, a disfunzioni metaboliche e ad alterazioni della composizione del microbiota intestinale. In particolare, i grassi trans sembrano favorire l’attivazione del fattore di trascrizione NF-κB, uno dei principali regolatori della risposta infiammatoria, aumentando la produzione di mediatori pro-infiammatori e potenzialmente contribuendo alla progressione delle lesioni endometriosiche.
Anche il consumo elevato di zuccheri raffinati può esercitare effetti sfavorevoli. Un eccesso di carboidrati ad alto indice glicemico favorisce iperinsulinemia e insulino-resistenza, condizioni associate a un aumento dello stress ossidativo e della sintesi di mediatori infiammatori. Il tessuto adiposo viscerale, inoltre, non rappresenta soltanto un deposito energetico, ma un vero organo endocrino capace di produrre citochine e aromatasi, l’enzima responsabile della conversione periferica degli androgeni in estrogeni. Poiché endometriosi e adenomiosi sono patologie estrogeno-dipendenti, alterazioni del metabolismo energetico possono influenzarne indirettamente l’attività biologica.
L’alcol rappresenta un altro fattore potenzialmente rilevante. Il metabolismo epatico dell’etanolo genera specie reattive dell’ossigeno, aumentando lo stress ossidativo e favorendo la perossidazione lipidica. Inoltre, l’assunzione di alcol può interferire con la detossificazione epatica degli estrogeni, contribuendo ad alterarne la concentrazione circolante. Sebbene i risultati degli studi epidemiologici non siano sempre univoci, numerose pazienti riferiscono un peggioramento soggettivo della sintomatologia in relazione al consumo di bevande alcoliche.
Particolare attenzione merita il ruolo del microbiota intestinale. Negli ultimi anni è emerso il concetto di “estroboloma”, ovvero l’insieme dei microrganismi intestinali coinvolti nel metabolismo degli estrogeni. Alcuni batteri producono β-glucuronidasi, enzima in grado di deconiugare gli estrogeni escreti con la bile, favorendone il riassorbimento enteroepatico. Alterazioni qualitative e quantitative del microbiota possono quindi modificare l’esposizione sistemica agli estrogeni e contribuire alla persistenza dell’infiammazione. Diversi studi hanno inoltre documentato nelle pazienti con endometriosi una ridotta diversità microbica e alterazioni della permeabilità intestinale, condizioni che possono amplificare l’attivazione immunitaria e la sensibilizzazione centrale al dolore.
Il dibattito riguardante glutine e latticini rimane aperto. Attualmente non esistono evidenze sufficienti per raccomandarne l’eliminazione sistematica in tutte le pazienti con endometriosi o adenomiosi. Tuttavia, in presenza di celiachia, sensibilità al glutine non celiaca o disturbi gastrointestinali funzionali concomitanti, una riduzione selettiva può talvolta tradursi in un miglioramento dei sintomi. Analogamente, alcuni latticini fermentati sembrano esercitare effetti benefici sul microbiota intestinale, mentre altre fonti ricche di grassi saturi potrebbero risultare meno favorevoli. Ciò sottolinea l’importanza di un approccio nutrizionale personalizzato, fondato sulla storia clinica e sulla tolleranza individuale.
Nel complesso, le evidenze disponibili suggeriscono che non esistano alimenti universalmente “proibiti”, bensì pattern dietetici più o meno favorevoli alla modulazione dell’infiammazione cronica. Tra questi, la dieta mediterranea emerge come uno dei modelli alimentari maggiormente associati a una riduzione dello stress ossidativo e a un miglior equilibrio immunometabolico. L’elevato apporto di fibre, polifenoli, acidi grassi omega-3 e composti bioattivi presenti in frutta, verdura, legumi, pesce e olio extravergine d’oliva sembra infatti esercitare effetti antinfiammatori e potenzialmente benefici sulla qualità di vita delle pazienti.
L’endometriosi e l’adenomiosi sono patologie complesse, multifattoriali e sistemiche. La nutrizione non rappresenta una terapia sostitutiva del trattamento medico, ma può costituire uno strumento complementare utile a modulare i processi biologici che sottendono il dolore e l’infiammazione. In quest’ottica, l’obiettivo non dovrebbe essere la costruzione di liste di alimenti “consentiti” o “vietati”, bensì l’adozione di un approccio nutrizionale personalizzato, sostenibile e basato sulle evidenze scientifiche.
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