“Ho una sensazione strana, qui dentro.”
Qui emerge subito un tema centrale: l’interocezione, cioè la capacità di percepire e interpretare i segnali interni del corpo. Nelle persone neurodivergenti, questi segnali possono essere molto intensi ma poco decifrabili: si sente “qualcosa”, ma non sempre si riesce a capire se sia fame, dolore, ansia, nausea, tensione, sovraccarico o bisogno di fermarsi. Non è assenza di ascolto. È spesso un ascolto disturbato, sovraccarico, senza legenda.
“Una specie di dolore, ma non so se sia davvero dolore.”
Questa frase racconta bene la difficoltà di nominare la sensazione corporea. Il corpo manda un segnale, ma la mente fatica a tradurlo. Nelle neurodivergenze può accadere che il dolore non venga percepito in modo “classico”: può essere amplificato, minimizzato, spostato, confuso con tensione emotiva o con un segnale viscerale. Non sapere se sia dolore non significa esagerare. Significa che il corpo sta parlando in una lingua non immediatamente comprensibile.
“Prima mi sono arrabbiata, sono esplosa dentro. Forse per quello.”
Qui entra in scena la disregolazione emotiva. La rabbia, soprattutto quando viene trattenuta o vissuta internamente, può attivare il sistema nervoso autonomo: il corpo passa in modalità allarme. In questa modalità possono comparire crampi, nodo allo stomaco, nausea, urgenza intestinale, chiusura dell’appetito o difficoltà a mangiare. In ottica neurodivergente, non è “solo emotività”. È un sistema nervoso che può passare molto rapidamente da contenimento a esplosione interna.
“Quando poi mi sono seduta a tavola…”
Qui succede una cosa molto importante: il corpo è ancora in stato di attivazione, ma il contesto sociale e mentale dice comunque “adesso devi mangiare”. Nelle neurodivergenze questo scollamento è frequente:
- il sistema nervoso è in overload,
- ma si prova comunque a funzionare “normalmente”.
Il problema è che il corpo non sempre collabora.
“Ho giusto assaggiato, dalla punta del cucchiaio…”
Questo gesto racconta tantissimo. Non è necessariamente mancanza di volontà di mangiare. Può essere una forma di cautela del sistema nervoso.
Quando il corpo è disregolato:
- l’appetito può spegnersi,
- la nausea aumentare,
- la sensazione orale diventare difficile da tollerare,
- anche il semplice atto di ingerire può sembrare “troppo”.
La punta del cucchiaio sembra quasi un test:“Vediamo se riesco a tollerarlo.”
“Una minestrina calda che non sapeva di niente.”
Qui entra un altro aspetto molto neurodivergente: il rapporto tra emozione, percezione sensoriale e cibo. Quando il sistema nervoso è sovraccarico:
- i sapori possono spegnersi,
- diventare piatti,
- oppure irritare.
Il cervello in modalità difesa spesso riduce la capacità di percepire piacere e sicurezza. Il cibo perde significato sensoriale ed emotivo.
“Anzi, mi ha irritata ancora di più.”
Questa frase è potentissima perché rompe uno stereotipo:
il cibo non sempre consola.
In uno stato di disregolazione, anche uno stimolo neutro o delicato può diventare irritante. Calore, consistenza, odore, gesto del mangiare, rumore del cucchiaio, aspettativa implicita del “dovresti nutrirti”: tutto può amplificare il sovraccarico. In ottica neurodivergente, il corpo non sta “facendo i capricci”. Sta segnalando che il sistema nervoso è oltre la soglia di tolleranza.
“Subito dopo ho avuto dei crampi e sono corsa in bagno.”
Qui il corpo smette completamente di trattenere. In ottica neurodivergente, intestino e sistema nervoso sono spesso profondamente intrecciati: una forte attivazione emotiva può trasformarsi rapidamente in una risposta fisica concreta. L’intestino non è “separato” dal cervello. È uno degli organi che reagisce più velocemente allo stress, alla rabbia, al sovraccarico e alla perdita di regolazione.
Crampi, urgenza intestinale, nausea o scariche improvvise possono comparire quando il sistema nervoso entra in modalità allarme. Non è “solo ansia”, è fisiologia.
“La mia cena è finita lì.”
Questa frase sembra semplice, ma dentro contiene molto di più. Non racconta solo un pasto interrotto. Racconta un’interruzione del bisogno.Nelle neurodivergenze capita spesso che:
- il corpo chieda qualcosa,
- il sistema nervoso si sovraccarichi,
- e il bisogno venga abbandonato a metà.
Come se il corpo dicesse: “Non riesco a gestire anche questo adesso.”
“Adesso sento questa cosa nel profondo…”
Dopo la fase acuta resta spesso una sensazione difficile da definire:
- vuoto,
- tensione,
- fame,
- nausea,
- tristezza,
- attivazione residua,
- dolore viscerale,
- oppure tutto insieme.
Molte persone neurodivergenti descrivono proprio questa esperienza: sentire intensamente qualcosa senza riuscire a identificarla con precisione.
“Non so interpretarla.”
Qui torna il tema dell’interocezione. Non sempre il problema è “non sentire”. A volte il problema è sentire troppo, tutto insieme, senza riuscire a distinguere i segnali. Il corpo manda informazioni, ma arrivano sovrapposte:
- emozione,
- dolore,
- fame,
- stress,
- tensione viscerale.
E interpretarle diventa estenuante.
“E mentre ero in doccia mi sono chiesta: sarà fame?”
Questa domanda è molto più profonda di quanto sembri. Per molte persone neurodivergenti riconoscere la fame non è automatico. La percezione dei bisogni corporei può arrivare:
- tardi,
- confusa,
- oppure mascherata da altro.
La fame può sembrare:
- nausea,
- irritabilità,
- vuoto,
- dolore,
- agitazione,
- stanchezza improvvisa,
- o una sensazione indefinita “nel profondo”.
Ed è per questo che spesso ci si chiede: “Ma questa cosa… cos’è?”
La doccia, qui, non è un dettaglio casuale.
L’acqua calda, il silenzio, l’assenza di stimoli esterni possono creare un momento di decompressione sensoriale. Ed è proprio quando il rumore si abbassa che il corpo riesce finalmente a emergere. Molte persone neurodivergenti si accorgono dei propri bisogni solo quando si fermano.
“Vabbè, anche se fosse…”
Questa frase è durissima. Perché racconta la minimizzazione automatica del bisogno. Non il bisogno in sé. La sua importanza. Come se il corpo dicesse: “Ho bisogno.” E la mente rispondesse: “Non importa abbastanza.”
“Sono abituata a mettere da parte i miei bisogni.”
Qui non si parla più solo di fame. Si parla di adattamento. Molte persone neurodivergenti crescono imparando a:
- trattenersi,
- sopportare,
- rimandare,
- ignorare segnali corporei,
- oltrepassare continuamente la soglia del sovraccarico.
Perché spesso l’ambiente richiede questo: funzionare prima di sentirsi. Col tempo, ignorarsi diventa automatico. Quasi una competenza.
“Se ci dormo sopra…”
Questa frase sembra calma, quasi innocua. Ma in realtà racconta una strategia di sopravvivenza molto comune nelle persone neurodivergenti: rimandare il bisogno finché il corpo smette di sentirlo. Dormire, isolarsi, spegnersi, chiudere gli stimoli:
a volte non è riposo. È un tentativo di interrompere il sovraccarico.
“Forse domani non sentirò più questo strano dolore.”
Qui emerge qualcosa di molto importante: non il desiderio di capire la sensazione, ma quello di farla sparire. Quando per anni emozioni, fame, dolore o sovraccarico sono stati difficili da interpretare o troppo intensi, il cervello può imparare che:
anestetizzarsi è più semplice che ascoltarsi.
E così il sollievo diventa:
- dormire,
- dissociarsi,
- spegnere,
- aspettare che passi.
“Questa sensazione che non capisco bene.”
Il punto centrale non è solo il dolore. È la difficoltà di decodifica. Molte persone neurodivergenti vivono continuamente in bilico tra:
- iperpercezione del corpo
e - difficoltà nell’interpretarlo.
Come ricevere notifiche continue da un sistema interno senza riuscire a leggere davvero il messaggio.
In ottica neurodivergente, questo può intrecciarsi con:
- interocezione alterata,
- masking cronico,
- disregolazione emotiva,
- sovraccarico sensoriale,
- trauma relazionale,
- abitudine alla minimizzazione dei bisogni.
E col tempo il corpo diventa qualcosa da gestire, più che da abitare.
“Mettere da parte i bisogni è diventata una competenza.”
Questa frase descrive perfettamente ciò che molte persone neurodivergenti imparano molto presto: adattarsi prima ancora di ascoltarsi. Non nasce dal “non avere bisogni”. Nasce dall’aver interiorizzato che:
- i propri tempi sono “troppo”,
- le proprie reazioni “esagerate”,
- le proprie necessità difficili da spiegare o da far accogliere.
E così il sistema nervoso sviluppa strategie di sopravvivenza: trattenere, rimandare, ignorare, funzionare comunque. Col tempo smette di sembrare uno sforzo. Diventa automatico. Quasi una competenza invisibile.
“Dormirci sopra è il mio modo per spegnermi.”
Qui il sonno non è solo riposo. È regolazione.
Molte persone neurodivergenti, dopo un sovraccarico emotivo o sensoriale, sentono il bisogno di:
- isolarsi,
- chiudere gli stimoli,
- interrompere il flusso di segnali interni ed esterni.
“Spegnersi” può diventare il modo più rapido per ridurre:
- il rumore mentale,
- l’attivazione corporea,
- il dolore emotivo,
- la confusione interocettiva.
Non sempre è una scelta consapevole. Spesso è il corpo che cerca disperatamente una tregua.
“Domani magari passerà. O forse no.”
Questa chiusura racconta una verità molto presente nelle neurodivergenze: l’incertezza costante rispetto al proprio stato interno.
Perché quando si fatica a decodificare il corpo, diventa difficile capire:
- cosa durerà,
- cosa peggiorerà,
- cosa è fame,
- cosa è sovraccarico,
- cosa è dolore,
- cosa è solo stanchezza del sistema nervoso.
E allora si aspetta, si resiste. E Si spera che passi.


