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Fibromialgia, intestino e microbiota

2026-08-04 16:00

Romina Giuliani

Fibromialgia, intestino e microbiota

La fibromialgia viene oggi interpretata come una sindrome cronica multifattoriale caratterizzata prevalentemente da dolore nociplastico: il sistema ne

La fibromialgia viene oggi interpretata come una sindrome cronica multifattoriale caratterizzata prevalentemente da dolore nociplastico: il sistema nervoso elabora e modula in modo alterato segnali dolorosi e sensoriali, anche in assenza di un danno tissutale proporzionato all’intensità dei sintomi. Dolore diffuso, affaticamento, sonno non ristoratore, difficoltà cognitive e disturbi gastrointestinali possono quindi appartenere a un quadro biologico più ampio, nel quale cervello, midollo spinale, sistema nervoso periferico e segnali provenienti dagli organi interni dialogano continuamente.

 

Uno studio pubblicato nel 2026 su Nature Medicine ha aggiunto un tassello fondamentale: la fibromialgia possiede una base genetica misurabile, prevalentemente collegata alle funzioni neuronali, e condivide una parte rilevante della propria architettura genetica con la sindrome dell’intestino irritabile (IBS). Il lavoro non ha analizzato direttamente il microbiota o l’alimentazione, ma offre una base scientifica molto interessante per comprendere perché intestino e dolore diffuso si incontrino così frequentemente.

 

Il più grande studio genetico sulla fibromialgia

Kerrebijn e colleghi hanno condotto una meta-analisi GWAS multi-ancestry comprendente 2.563.755 persone provenienti da 11 coorti internazionali: 54.629 avevano una diagnosi di fibromialgia e 2.509.126 costituivano il gruppo di controllo. L’analisi ha identificato 26 loci genetici associati alla suscettibilità alla fibromialgia.

Un locus non corrisponde necessariamente a un singolo gene causale. Indica una regione del genoma nella quale alcune varianti sono statisticamente più frequenti o esercitano effetti differenti nelle persone con una determinata caratteristica. Nelle patologie complesse, ogni variante esercita generalmente un effetto molto piccolo: è la combinazione di numerose varianti, insieme ai fattori ambientali e biologici, a contribuire alla vulnerabilità individuale.

I geni candidati individuati nello studio sono coinvolti soprattutto nello sviluppo neuronale, nell’organizzazione delle sinapsi, nella plasticità, nella trasmissione dopaminergica e nella regolazione dell’eccitabilità neuronale. Tra questi compaiono HTT, GPR52, DCC, DRD2/NCAM1, MDGA2 e CELF4. Il risultato non consente ancora di costruire un test genetico diagnostico: il punteggio di rischio poligenico ha mostrato una capacità predittiva modesta e non è utilizzabile nella pratica clinica.

 

Dai geni alle cellule neuronali

Uno dei risultati più significativi riguarda la distribuzione dell’ereditabilità. Il segnale genetico della fibromialgia è risultato arricchito soprattutto nei tessuti cerebrali e nelle popolazioni neuronali, rafforzando l’ipotesi che la sindrome coinvolga primariamente le reti deputate all’elaborazione del dolore e degli stimoli sensoriali.

L’associazione cellulare più forte riguardava i neuroni del giro dentato dell’ippocampo, area coinvolta nella memoria episodica e nella contestualizzazione delle esperienze sensoriali. Subito dopo emergeva un segnale significativo nei neuroni enterici (P = 7,9 × 10⁻⁶), insieme a interneuroni, neuroni corticali e striatali.

Il dato sui neuroni enterici non dimostra che la fibromialgia nasca nell’intestino. Indica che, all’interno della vulnerabilità genetica della sindrome, potrebbero essere coinvolte anche reti neuronali che regolano motilità e sensibilità gastrointestinale.

 

Che cosa sono i neuroni enterici?

Il sistema nervoso enterico è una vasta rete di neuroni e cellule gliali localizzata lungo la parete dell’apparato gastrointestinale. Può coordinare molte funzioni intestinali in modo relativamente autonomo, pur comunicando costantemente con il sistema nervoso centrale.

I neuroni enterici partecipano alla regolazione di:

motilità e transito intestinale;

secrezioni digestive;

flusso sanguigno locale;

riflessi gastrointestinali;

percezione della distensione e degli stimoli viscerali;

comunicazione bidirezionale tra intestino e cervello.

Nell’IBS non è necessariamente presente una lesione intestinale capace di spiegare l’intensità dei sintomi. Può invece essere presente ipersensibilità viscerale: distensione, gas, contrazioni e normali movimenti intestinali vengono percepiti come particolarmente fastidiosi o dolorosi. Nella fibromialgia, parallelamente, può essere amplificata l’elaborazione di stimoli dolorosi e non dolorosi provenienti dal corpo. Il possibile punto di incontro è quindi una vulnerabilità dei sistemi che ricevono, filtrano e interpretano i segnali corporei.

 

Fibromialgia e IBS: una forte correlazione genetica

Lo studio ha confrontato l’architettura genetica della fibromialgia con 855 condizioni presenti nella banca dati FinnGen. La correlazione genetica con la sindrome dell’intestino irritabile è risultata elevata: rᵍ = 0,70, con P = 2,1 × 10⁻³⁵.

La correlazione genetica descrive quanto gli effetti delle varianti associate a una condizione tendano a sovrapporsi agli effetti delle varianti associate all’altra. Un valore di 0,70 non significa che il 70% dei geni sia identico, che il 70% delle persone con fibromialgia abbia l’IBS o che una patologia provochi l’altra.

Il risultato suggerisce invece che fibromialgia e IBS possano condividere una predisposizione biologica parzialmente comune. Secondo gli autori, questa predisposizione potrebbe riflettere una vulnerabilità transdiagnostica del sistema nervoso alla disregolazione sensoriale e affettiva. In base ad altri fattori genetici e ambientali, tale vulnerabilità potrebbe esprimersi come dolore muscoloscheletrico diffuso, ipersensibilità viscerale, disturbi del sonno, sintomi legati allo stress oppure una combinazione di questi elementi.

 

Dove entra in gioco il microbiota?

Il microbiota intestinale non è stato studiato nel lavoro di Kerrebijn e colleghi. Non possiamo quindi utilizzare questo GWAS per affermare che la disbiosi sia la causa della fibromialgia. Il collegamento con il microbiota deriva da un filone di ricerca distinto, che ha osservato differenze nella composizione microbica e nel profilo metabolico di alcune persone con fibromialgia.

Studi umani hanno riportato variazioni nella diversità microbica, nell’abbondanza di specifici taxa, nel metabolismo del glutammato e nel profilo degli acidi biliari. I risultati non sono però completamente uniformi: i campioni sono spesso piccoli e differiscono per alimentazione, farmaci, stipsi, IBS, attività fisica, composizione corporea e tecniche di analisi. Non esiste pertanto una firma microbica universale o un test del microbiota validato per diagnosticare la fibromialgia.

Un lavoro pubblicato nel 2025 su Neuron ha fornito un segnale sperimentale più forte. Il trasferimento del microbiota fecale di donne con fibromialgia in topi germ-free ha indotto maggiore sensibilità al dolore, attivazione immunitaria e modificazioni metaboliche. La sostituzione con microbiota proveniente da donatrici sane ha ridotto il dolore negli animali. Lo stesso studio comprendeva anche una sperimentazione open-label su 14 donne con fibromialgia grave, nella quale il trapianto di microbiota da donatrici sane è stato associato a riduzione del dolore e miglioramento della qualità di vita.

Questi risultati sono promettenti, ma la componente umana era piccola, priva di gruppo placebo e non sufficiente a dimostrare efficacia clinica. Il trapianto di microbiota fecale non costituisce oggi un trattamento standard della fibromialgia e non dovrebbe essere proposto al di fuori di protocolli di ricerca autorizzati.

 

Come comunica il microbiota con il sistema nervoso?

L’asse microbiota–intestino–cervello è una rete bidirezionale. Il microbiota può influenzare l’ambiente intestinale e i segnali diretti al sistema nervoso attraverso diversi mediatori:

acidi grassi a corta catena, come acetato, propionato e butirrato;

metabolismo del triptofano e via della chinurenina;

trasformazione degli acidi biliari;

segnali immunitari e neuroendocrini;

integrità della barriera intestinale;

comunicazione con cellule enteroendocrine, neuroni enterici e afferenze vagali.

Queste vie possono modulare sensibilità viscerale, motilità, risposta allo stress, sonno e percezione dolorosa. È però necessario evitare un’interpretazione lineare: molti metaboliti hanno effetti dipendenti dalla dose, dal contesto e dall’ospite; inoltre, il dolore cronico, i farmaci, l’inattività, il sonno alterato e le modificazioni alimentari possono a loro volta cambiare il microbiota. La relazione è probabilmente circolare e bidirezionale.

 

Quale ruolo può avere l’alimentazione?

L’alimentazione non modifica la predisposizione genetica e non rappresenta una cura della fibromialgia. Può tuttavia modulare alcuni elementi clinicamente rilevanti: attività metabolica del microbiota, transito intestinale, sintomi dell’IBS, stato nutrizionale, composizione corporea, energia e qualità complessiva della dieta.

Non esiste una dieta universale per la fibromialgia. Le revisioni sugli interventi nutrizionali descrivono risultati potenzialmente favorevoli, ma gli studi sono eterogenei, spesso piccoli e non permettono di raccomandare un protocollo unico. Una base ragionevole è rappresentata da un’alimentazione mediterranea varia e adeguata ai fabbisogni individuali, con:

verdura e frutta di colori differenti;

legumi, cereali integrali, frutta secca e semi secondo tolleranza;

fonti di omega-3;

olio extravergine di oliva e alimenti ricchi di polifenoli;

fibre introdotte gradualmente;

limitazione della frequenza degli alimenti ultraprocessati.

In presenza di IBS, l’approccio deve essere adattato al sottotipo, alla regolarità intestinale e alla tolleranza. Una dieta a basso contenuto di FODMAP può ridurre temporaneamente gonfiore, dolore addominale e alterazioni dell’alvo in persone selezionate, ma non deve trasformarsi in una restrizione permanente: richiede una fase di reintroduzione per ampliare la dieta e proteggere adeguatezza nutrizionale e diversità alimentare.

Non è giustificato eliminare automaticamente glutine, latticini, solanacee o altri gruppi alimentari in tutte le persone con fibromialgia. Le esclusioni devono basarsi su celiachia, allergia, malassorbimento, intolleranza documentata o associazioni individuali riproducibili. Allo stesso modo, non esiste ancora un probiotico specifico universalmente raccomandabile per la fibromialgia.

 

Che cosa possiamo concludere?

Lo studio genetico non dimostra che la fibromialgia nasca nell’intestino. Mostra però che la sua vulnerabilità genetica è fortemente neuronale, comprende un segnale nei neuroni enterici e si sovrappone in misura rilevante a quella dell’IBS. Questi risultati rendono biologicamente plausibile che dolore diffuso e ipersensibilità viscerale condividano alcuni meccanismi di elaborazione dei segnali corporei.

 

Il microbiota potrebbe inserirsi in questo dialogo come modulatore, non come spiegazione unica della malattia. Le evidenze sperimentali sono promettenti, ma non consentono ancora test diagnostici o terapie microbiota-specifiche consolidate. L’alimentazione può invece essere utilizzata già oggi come parte di una presa in carico multidisciplinare, con l’obiettivo realistico di migliorare salute intestinale, adeguatezza nutrizionale e alcuni sintomi associati, senza promesse di guarigione e senza restrizioni indiscriminate.

 

Kerrebijn I, et al. Nature Medicine. 2026. doi:10.1038/s41591-026-04492-6

 

 

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