Nel 2024 Greenpeace ha realizzato la prima mappa nazionale indipendente della contaminazione da PFAS (sostanze per- e poli-fluoroalchiliche) nelle acque potabili italiane. La campagna, chiamata “Acque senza Veleni”, nasce per colmare una grave lacuna: nel nostro Paese i dati pubblici sulla presenza di questi inquinanti sono scarsi o assenti, mentre la preoccupazione della popolazione cresce di anno in anno. L’indagine ha analizzato 260 campioni raccolti in 235 comuni, misurando la presenza di 58 diversi PFAS, includendo anche molecole ultracorte come il TFA, solitamente escluse dai monitoraggi. Il fenomeno riguarda tutte le Regioni italiane, con situazioni particolarmente critiche in: Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte, Trentino Alto Adige, Marche, Toscana, Calabria, Sardegna. Regioni meno interessate, ma non indenni, sono Abruzzo, Sicilia e Puglia. Considerando il parametro europeo “Somma PFAS”, i valori più elevati sono stati rilevati in: Arezzo, Milano (in particolare Via Padova e Via delle Forze Armate), Perugia, Le sostanze più diffuse sono fra le più problematiche: PFOA (cancerogeno noto), presente nel 47% dei campioni; TFA (molecola ultracorta, estremamente persistente e quasi impossibile da rimuovere dai trattamenti idrici), trovata nel 40% dei campioni; PFOS (possibile cancerogeno), individuato nel 22% dei campioni. Presenti anche PFAS “di sostituzione”, come PFBA e PFBS, il cui profilo di sicurezza è tutt’altro che rassicurante. I PFAS sono sostanze persistenti, bioaccumulabili e capaci di interferire con numerosi sistemi biologici. disfunzioni endocrine (tiroide, ormoni riproduttivi, estrogeni/androgeni); ridotta risposta immunitaria e minore efficacia vaccinale; alterazioni metaboliche: obesità, insulino-resistenza, dislipidemia; danni epatici (steatosi, aumento transaminasi); riduzione della fertilità e problematiche riproduttive; effetti sullo sviluppo fetale e infantile; tumori, in particolare del rene e del testicolo (evidenze più forti per PFOA). Sono definiti “inquinanti eterni” perché non si degradano e rimangono nell’ambiente e nell’organismo per anni. In Italia la presenza di PFAS nelle acque potabili non è ancora regolamentata. Per tutelare la salute pubblica, Greenpeace chiede al governo italiano di: vietare tutti i PFAS in Italia; abbassare i limiti nelle acque potabili, allineandoli ai Paesi più virtuosi; garantire monitoraggi costanti e pubblici; imporre limiti severi agli scarichi industriali; sostenere la riconversione dei comparti produttivi che ancora utilizzano PFAS. La contaminazione da PFAS è oggi uno dei problemi ambientali più gravi del nostro Paese. L’acqua potabile è un bene essenziale, e i cittadini hanno diritto a un’informazione trasparente e a politiche efficaci di prevenzione. Per proteggere la popolazione, non basta “rispettare i limiti”: serve un approccio che metta davvero al centro la salute umana, la prevenzione e il principio di precauzione. Una contaminazione diffusa: il 79% dei campioni contiene PFAS:
Il risultato è allarmante: nel 79% dell’acqua potabile campionata è stata trovata almeno una sostanza appartenente ai PFAS. Solo il 21% dei campioni è risultato privo di contaminazione.
Le città più colpite:
ma elevate concentrazioni sono emerse anche in Vicenza, Olbia, Comacchio, Tortona, Rapallo, Monza e Reggio Emilia.Quali PFAS troviamo nell’acqua che beviamo?
Perché i PFAS rappresentano un rischio per la salute?
La letteratura scientifica li collega a:
Normativa insufficiente e limiti troppo alti
La direttiva europea 2020/2184 entrerà in vigore solo nel 2026 e fisserà un limite di 100 ng/L per la somma di 24 PFAS.
Secondo Greenpeace, EFSA e l’Agenzia Europea dell’Ambiente, questo limite è troppo alto e non garantisce una reale protezione della salute, motivo per cui Paesi come Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Stati Uniti hanno già adottato soglie molto più restrittive.Cosa chiede Greenpeace
Un’emergenza sanitaria e ambientale


